Ci sono luoghi in cui l’arte sembra farsi più vicina. Il Corridoio Vasariano è stato per me uno di questi: uno spazio in cui la storia dei Medici, l’architettura e una straordinaria raccolta di autoritratti si intrecciano fino a trasformare la visita in un incontro quasi personale con gli artisti.
Da questa esperienza è nato anni fa un mio articolo per Pensalibero. Rileggendolo oggi, continuo a riconoscermi soprattutto in quella sensazione: davanti a un autoritratto il grande Maestro, per un momento, sembra meno lontano.
Nel Corridoio Vasariano, faccia a faccia con gli artisti
Passeggiando per il Corridoio Vasariano, tra le grandi opere architettoniche di commissione medicea, incontravo molti protagonisti della pittura italiana e internazionale: Bernini, Chagall, Rubens, Ottone Rosai.
Da un lato era un incontro umano. L’artista irraggiungibile si faceva improvvisamente più vicino: i calli sulle dita, gli occhi attenti e vibranti, la luce tra i capelli. Dall’altro, in quell’incontro, sembravano quasi risuonare i pensieri dell’artista mentre si ritraeva e sceglieva che cosa lasciare di sé.
Frivolezza, stanchezza, sobrietà. Dietro ogni autoritratto c’è una storia. E forse è proprio questo che rende l’autoritratto così affascinante: è insieme sintesi autobiografica, esercizio di stile e una sorta di autoscatto introspettivo ante litteram.
L’autoritratto come racconto di sé
Quando un artista si ritrae non ci mostra soltanto il proprio volto. Decide come apparire, che cosa sottolineare, che cosa nascondere. Il risultato è sempre un equilibrio fra immagine pubblica e percezione privata, fra mestiere e identità.
Per questo una collezione di autoritratti può diventare un racconto corale. Cambiano le epoche, i vestiti, le pose e i linguaggi, ma resta la stessa domanda: come vede se stesso chi ha trascorso la vita a guardare e rappresentare gli altri?
Le donne e gli autoritratti nel Vasari
Nel mio ricordo del Corridoio ci sono anche le donne pittrici. Alcune si rappresentano attraverso ruoli considerati più consoni alla figura femminile del loro tempo: è il caso della Tintoretta, figlia di Tintoretto, ritratta come musicista.
In altri autoritratti affiora invece una realtà più fragile. Penso ad Anna Piattoli, che si mostra in un ambiente buio, con una luce fioca e abiti modesti. Anche attraverso questi dettagli un volto diventa una storia e l’immagine di sé finisce per raccontare il tempo in cui quell’artista ha vissuto.
Specchi, giochi e provocazioni
Ci sono poi gli autoritratti costruiti come un gioco di specchi: immagini doppie o triple, esercizi di stile, provocazioni. Penso all’Autocaffè di Giacomo Balla, dove la riflessione sull’identità si intreccia con la libertà della ricerca artistica.
Davanti a opere così diverse, l’autoritratto smette di essere semplicemente “il volto dell’artista”. Diventa un modo per parlare del proprio carattere, del proprio ruolo, della società e persino del rapporto con la pittura stessa.
Quando l’arte non si guarda soltanto, ma si sente
Avere l’occasione di attraversare una collezione di autoritratti è un’esperienza particolare proprio perché mette continuamente in relazione chi guarda e chi è guardato. I secoli che ci separano sembrano accorciarsi.
È questa la sensazione che volevo raccontare allora e che ancora oggi dà senso a queste righe: arte e bellezza si fanno più vicine, sussurrano e scaldano. E le senti.
